di Michela Emili

Basta un clic, una semplice condivisione su Facebook e le letture schizzano. Per contro basta scorrere un po’ i post del più potente social network al mondo per entrare in contatto con mille spunti, notizie e dichiarazioni di politici, esponenti delle comunità locali o semplici cittadini. Basta questo per mettere in evidenza come al giorno d’oggi l’informazione giornalistica passi in maniera sempre più massiccia attraverso le piattaforme social, creando un rapporto di dipendenza sempre più sproporzionato a sfavore dei media e dell’attività classicamente intesa di ricerca delle notizie e di attrazione di potenziali lettori. Si legge preliminarmente ciò che circola sui social, e se in precedenza era la carta stampata ad essere soppiantata per tempestività dai quotidiani on line, ora sono gli stessi siti di informazione ad accontentarsi di arrivare irrimediabilmente dopo rispetto a Facebook (o, in misura minore per le questioni locali, Twitter), o a doversi reinventare per proporre spunti nuovi che non siano già compresi nel minestrone della tuttologia delle interazioni social. Le nuove dinamiche dell’informazione hanno modificato profondamente il ruolo del giornalista, per certi versi minando alla base l’autorità che in precedenza veniva assicurata da una assai minore circolazione di notizie, in cui i giornali costituivano pur sempre la fonte principale di informazioni. La commistione e contaminazione del giornalismo tradizionale con altre fonti “non professionali” – sebbene su Facebook si affaccino anche realtà istituzionali che in questo modo raggiungono la vasta platea del popolo di Internet – ha creato una sostanziale evoluzione della figura del giornalista, che da gatekeeper”, colui cioè che sceglie cosa tramutare in notizia, a “facilitatore” con funzione di filtro e contestualizzazione, considerati anche i ritmi frenetici di una comunicazione “lampo”, di ciò che altri hanno già erto all’attenzione pubblica (mediatica). L’accezione utilizzata negli anni Cinquanta dallo psicologo Kurt Lewin, che sosteneva proprio l’esistenza di giornalisti gatekeepers, deve oggi essere rivista e ampliata sulla base delle infinite possibilità che offrono i social network, in cui l’orizzonte delle informazioni viene nutrito da tutti gli internauti, facendo una dura concorrenza al ruolo dei giornalisti, già messi a dura prova dalla crisi della carta stampata, dai blogger e quant’altro. In questo quadro si evidenzia come anche le fonti istituzionali abbiano iniziato a prediligere la platea social, addomesticata a dovere con tutti gli strumenti di filtro messi a disposizione, rispetto ad un rapporto diretto con il giornalista, chiudendo il cerchio di un’informazione che si vorrebbe racchiudere il più possibile nelle maglie imbrigliate di un controllo che per forza di cose può essere solo fittizio. La rete è incontrollata, spesso pericolosamente incontrollata. E allora, per ritornare a quella tanto ricercata esclusività, allo “scoop” – parola che oggi ha quasi perso di significato -, è necessario invertire la tendenza e tornare al passato, prediligere la presenza all’attività di desk, i rapporti diretti (pur facilitati dai social) alla sterile lettura dei post (che mette maggiormente al sicuro dal “rischio bufale”), insomma, la strada del futuro sta nel tornare indietro, un po’ come nella moda.