di Michela Emili

È un nietzschiano ritorno quello che si sta profilando in questi giorni di trepidazione, in attesa che il sindaco Raggi – a lei e alla sua Giunta spetta l’ultima parola – si esprima ufficialmente sulla conferma o meno della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Favorevoli o contrari, possibilisti e negazionisti, speranzosi e disfattisti. C’è di tutto nel mare magnum di quello che, al netto delle varie posizioni, altro non è che l’ennesimo ostacolo al guadare avanti. Ancora una volta la strada che ci si para davanti non prosegue dritta ma sterza vertiginosamente verso il basso, per poi compiere una curva circolare e tornare esattamente – se non qualche gradino più sotto – alla situazione di partenza. Nessun appiglio, nessuna possibilità di svolta. Si torna a non credere in noi stessi, la fiducia viene meno e i volti soliti non danno le garanzie necessarie. Si dice che ci sono cose più importanti cui pensare e infrastrutture da terminare – di esempi ce ne sono a iosa purtroppo – ma poi si torna nell’inerzia della mancanza di risorse disponibili per mettere mano agli scempi di un passato che ci morde la coda in maniera insistente. Nessuna città al mondo è stata mai realmente pronta ad ospitare le Olimpiadi, ben che meno le Paralimpiadi. Si vuole dire addio ad un’iniezione di liquidità e posti di lavoro che già da tempo avevano donato speranza a tante situazioni di stallo, che certo fanno gola anche alla mafia, ma rinunciarvi apponendo questa motivazione è un arrendersi al male. E’ come un Casanova che per diminuire la sua libido invece di allontanare dolci donzelle sceglie di evirarsi. Il passato insegna, questo è indubbio, ma insegna per riprovare e non per rimanere fermi. Questo lo ricordo dall’epoca delle elementari, così si chiamavano prima almeno. Si sta come Flaubert nelle “Memorie di un folle”: solo e nudo, freddo a qualsiasi ispirazione, a qualsiasi poesia, a sentirsi morire e a ridere crudelmente della sua lenta agonia, come quell’epicureo che si fece aprire le vene, si immerse in un bagno profumato e morì ridendo. Eppure anche Nietzsche giunse a delineare una via d’uscita in grado di sterzare rispetto all’accettazione passiva di una circolarità disarmante. Porsi al di sopra del caos della vita è possibile, l’uomo può imprimere la propria azione creatrice all’esistenza e imporre i propri valori. Forse serve realmente un “Superuomo”, ma quello che è certo è che la speranza non può piegarsi ad un “eterno ritorno”. Che siano le Olimpiadi o no la scintilla, serve tornare a sperare in un futuro diverso.