I numeri consegnati dagli esperti non fanno che aumentare l’angoscia di quanti, sfollati a migliaia, vivono nel terrore di una nuova scossa di terremoto, con gli occhi già colmi di dolore e distruzione. Dal 30 ottobre, giorno in cui una nuova scossa di magnitudo 6.5 ha interessato il Centro Italia, localizzata tra Preci e Norcia, in provincia di Perugia, solo nei tre giorni consecutivi sono stati localizzati dalla Rete Sismica Nazionale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ben 1100 eventi sismici, di cui 240 di magnitudo tra 3 e 4, e 19 tra 4 e 5. “Si tratta delle conseguenze dell’attivazione della faglia – spiega la geofisica dell’Ingv Giuliana D’Addezio, direttrice del Museo di Geofisica di Rocca di Papa -, alla quale fa seguito una sequenza di scosse che rilascia l’energia accumulata nel territorio nelle immediate adiacenze, ossia nelle zone dell’Appennino tra le regioni Umbria, Marche e in parte il Lazio”. L’esperta però fuga ogni dubbio di un possibile coinvolgimento dei Castelli romani nelle dinamiche che si stanno verificando a circa 200 chilometri di distanza.

Quanto può essere vasto il territorio interessato dalla sequenza sismica conseguente ad un terremoto? “Dipende da quanto è grande la faglia che produce la scossa iniziale – spiega D’Addezio – e dal volume di roccia che viene coinvolto. Ma è ovvio che più ci si allontana dalla faglia più l’energia diminuisce”. Può accedere che una scossa di replica sia più forte di quella scatenante? “Risalendo anche al precedente sisma del 24 agosto del reatino, può accadere che i movimenti della faglia creino le condizioni per l’attivazione delle faglie adiacenti, così da generare altri fenomeni che possono essere ancora più grandi, cosa che è accaduta ad esempio in Emilia nel 2012 e in Umbria-Marche nel 1997”.

Ai Castelli romani invece cosa possiamo aspettarci? “Anche da noi abbiamo percepito molto bene le scosse di terremoto, ma di recente non sono stati rilevati eventi sismici localizzati nella nostra zona – ha chiarito la geofisica -. Siamo in una situazione geodinamica diversa e caratterizzata dalla presenza di un vulcano che sulla base di studi recenti si sta avvicinando, certo in maniera molto lenta, ad una nuova eruzione”.

Che il Vulcano Laziale fosse tutt’altro che estinto è cosa nota da tempo, e gli ultimi rilevamenti da parte degli studiosi hanno evidenziato come nel prossimo millennio è lecito aspettarsi un ritorno dell’attività magmatica. “I processi vulcanici sono ben diversi dai terremoti perché siamo in grado di monitorarli con molta più accuratezza e impiegano un arco temporale molto lungo. L’aumento della sismicità, il sollevamento del territorio e le emissioni gassose sono aspetti del processo evolutivo del Vulcano Laziale costantemente monitorati” rassicura l’esperta. Per il momento dunque, vale a dire per i prossimi secoli almeno, c’è da stare tranquilli.

Articolo pubblicato sull’edizione cartacea del settimanale La Torre del 4 novembre